Venerdì mattina la mamma sta meglio quindi decidiamo di
uscire e andare a fare colazione al ristorante dell’albergo, ma dopo aver preso
un caffè e qualche biscotto rientriamo in camera perché oggi sono io che non mi
sento in forma.
Rebeca, la donna delle pulizie sta già rifacendo la nostra
camera e così decidiamo di lasciarla finire prima di rientrare per distenderci
ancora un po’.

Arrivate all’ambulatorio, ci apre la porta un uomo mulatto sulla
cinquantina, alto e robusto con un paio di baffi neri e folti.
Il dottore ci fa accomodare, mi prova la febbre e la pressione e, dopo aver sentenziato che si tratta di febbre da insolazione, dà indicazioni all’infermiera di preparare una flebo con sali minerali.
Il dottore ci fa accomodare, mi prova la febbre e la pressione e, dopo aver sentenziato che si tratta di febbre da insolazione, dà indicazioni all’infermiera di preparare una flebo con sali minerali.
La donna, una simpatica signora piccoletta e paffutella mi
sorride e mi dice: “Vamos querida.”.
La flebo non è una passeggiata, ma il dottore, che
all’inizio mi è parso un po’ burbero, mi strizza l’occhio, mi dice di portare
pazienza e che in poche ore mi sentirò meglio. Dopo avermi dato altri
integratori da prendere per qualche giorno il medico ci saluta e mi raccomanda
di non andare in spiaggia oggi e di bere tanta acqua.
Verso le 10.30 siamo di ritorno al nostro bungalow e Rebeca
ha finito ed è già passata alle casette successive.
Appena entriamo notiamo che la ragazza ci ha lasciato sui
letti gli asciugamani puliti adagiandoli sui materassi a formare due cigni e
sopra ha lasciato un biglietto con scritto: ”Espero que estés bien pronto!”
Mi scappa un sorriso pensando a tutte queste gentilezze, tipiche
del popolo cubano.
Durante questi giorni mi è capitato di essere fermata per
strada da persone che, pur non capendo la mia lingua, volevano consigliarmi,
aiutarmi o solamente farmi un saluto, offrirmi qualcosa e regalarmi un sorriso.
La scena più comica di questi giorni mi è capitata a L’Avana:
la mamma si è allontanata da me per recuperare il cellulare che aveva lasciato
in un bar in cui eravamo state un’oretta prima. Non vedendola tornare un
taxista mi ha aiutata a rintracciarla dato che si era persa, a causa del suo
senso dell’orientamento quasi azzerato, anche se questo lei non lo ammetterà
mai.
Verso sera, dopo aver preso una tachipirina, come mi aveva prescritto il dottore ed essermi riposata, decido di approfittare del fatto che sto meglio per preparare i bagagli.
Prima di partire ero indecisa su quale valigia utilizzare:
se quella più grande dove avrei potuto riporre più cose oppure quella, che poi
ho scelto, più piccola ma più pratica nei continui spostamenti.
Durante questi giorni sono stata meticolosa nel comprare
souvenir per evitare che quando fosse stato il momento di rifare la valigia non riuscissi a chiuderla, invece mi accorgo che non ho alcun problema di spazio.
souvenir per evitare che quando fosse stato il momento di rifare la valigia non riuscissi a chiuderla, invece mi accorgo che non ho alcun problema di spazio.
Infatti per lasciare un ricordo di me a Maria Jiménez, ad
Ariel, a Carlos, a Inés ed altre persone incontrate durante questi quindici
giorni ho deciso di lasciare ad ognuno qualcosa di mio: un braccialetto, delle
magliette, un portachiavi di pezza che tengo sempre con me come porta fortuna e
altri oggetti.
Così mi ritrovo con molto più spazio libero in valigia dove
poter porre i regali e i ricordi che porterò agli amici.
Giorno 17: la chiave della felicità
La mattina seguente decidiamo di passare le ultime ore in
spiaggia, all’ombra delle palme.
Non vorrei mai dovermene andare e vorrei restare qui
sdraiata, cullata dal rumore del vento e del mare, ma alle 11 torniamo verso la
nostra camera per cercare Rebeca perché vogliamo salutarla.
Rebeca ha la carnagione ambrata e gli occhi verdi e a
seconda della luce i contorni dell’iride sono dorati così penso che le avrei
voluto regalare una matita per gli occhi turchese comprata durante le vacanze di
Natale, che poi ho messo solo un paio di volte perché non dava l’effetto
sperato su di me, mentre sul suo bel viso starebbe benissimo e ricorderebbe i
colori del suo mare, ma purtroppo non l’ho messa in valigia.
Verso le 18 abbiamo il taxi che ci accompagnerà
all’aeroporto di Holguín, e dopo aver lasciato alla reception dell’hotel alcuni
medicinali che saranno donati all’ospedale della città siamo pronte per
partire.
Durante il volo in aereo io dormo pochissimo e approfitto di
queste ore per pensare ancora una volta a tutti i ricordi belli che mi porterò
a casa.
Penso che viaggiare ci permetta di lasciare alle spalle i pesi che quotidianamente ci affliggono per partire alla scoperta di nuovi mondi e diversi modi di vivere; questo non significa voler evitare le responsabilità che abbiamo, ma imparare ad affrontarle con occhi nuovi e, secondo me, è proprio questa la chiave della felicità.
Così durante i giorni trascorsi chiusa in casa, per la
quarantena mi è capitato di ripensare con malinconia ai viaggi passati, ma anche
di fantasticare su quelli che farò, perché non vedo l’ora di ripartire.
Caterina mi piace molto come racconti e belle anche le foto,ma soprattutto mi piace viaggiare attraverso di te. Certo se tua mamma portasse un braccialetto elettronico... Detto da una che si orienta quanto una zucca
RispondiEliminaIo avevo pensato ad un microchip 🤣🤣🤣
RispondiEliminaGrazie mille.
Uno dei miei obiettivi è farvi viaggiare insieme a me😊
Complimenti Caterina per le belle narrazioni.... nelle descrizioni mi pareva di essere là con te . Brava ��������
RispondiElimina🥰 Grazie
RispondiElimina